La Treccani definisce “colpa”: “difetto di diligenza, di accortezza o di competenza, tecnica con cui si compie alcuna azione o se ne omette un’altra, quando, dall’azione o dall’omissione, sia derivato o sia per derivare certamente un danno ad altri.
A me piace la definizione della colpa come “ingombro nel nostro tessuto esistenziale che è determinato dal fatto che è accaduto qualcosa o siamo stati la causa di qualcosa che abbiamo fatto e che qualcuno ha subito.
Difetto di diligenza? Ingombro esistenziale? O un’attitudine evolutiva? Quando la colpa è reale perché abbiamo assunto atteggiamenti poco idonei verso altre persone, spesso a noi care, il modo migliore per riparare il danno è quello di chiedere “scusa” o in un atto di “genitorializzazione”, accompagnare il proprio figlio a chiedere scusa e a saldare il debito. Spesso però accade che non c’è nessuna colpa commessa, perché nulla di reale è stato commesso ma una parte “sabotante” si impossessa di noi e ci colpevolizza tormentandoci all’infinito. In un certo senso sono l’ombra degli altri dentro di noi: i divieti, i codici, le leggi, a volte i ricatti con cui siamo cresciuti, che il mondo e gli altri ci hanno instillato.
Sottili linee che ci attraversano la mente e il corpo facendoci percepire un disagio, un fastidio. Oppure pesanti macigni che offuscano la gioia di vivere anche per anni.
I sensi di colpa, piccoli o grandi che siano, provocati dalle violazioni di codici morali, continuano a scandire le nostre scelte, si insinuano nella mente anche quando fantastichiamo, possono essere enormi, pesanti a tal punto da condizionare tutta una vita e, svincolarsi dalla tirannia dei sensi di colpa, per riappropriarsi di se stessi, diventa necessario per il proprio star bene e per essere felici!
I sensi di colpa ti consumano interiormente e ti fanno sentire costantemente in errore.
Ci sono persone che se vengono rimproverate, si macerano in una continua autocritica; quando vengono lodati, non riescono ad accettare l’elogio, minimizzano e si scherniscono. Se ottengono successo, si biasimano per non aver fatto di più e di meglio.
In molti casi fanno in modo di sabotare inconsciamente le proprie azioni, per esempio abbandonano gli studi quando mancano solo due esami alla laurea, infilando un errore banale in un lavoro altrimenti perfetto in modo da privarsi del successo meritato.
E se nemmeno così riescono a fallire, vivono ogni successo con profonda angoscia, aspettandosi che qualcosa vada storto, come se dovessero pagare a vita un debito infinito ad un “usuraio insaziabile”!
A volte il senso di colpa non viene avvertito a livello cosciente, ma l’intensificarsi delle azioni autopunitive o la continua ricerca di situazioni a rischio, provano l’esistenza di un bisogno di espiazione inconscio.
Maslow sostiene che il senso di colpa nasce quando l’uomo tradisce la sua natura, ovvero quando non vive a pieno la sua vita, crogiolandosi nella stasi, nel dolore, nel sopravvivere. Il senso di colpa nasce proprio da un tradimento profondo del Sé.
L’uomo decide inconsapevolmente di non mettere in atto alcun processo creativo che è alla base della propria autorealizzazione. Il senso di colpa è dunque una “sorta di sentimento stagnante e macabro, una sensazione nauseante che continua a ripresentarsi.
E’ dominato da una paura eccessiva e infondata, così che noi possiamo dire di sentirci in colpa e intanto insinuare di non aver fatto nulla di male”.
Alla ricerca di una causa cui attribuire l’origine del senso di colpa, Freud nel libro “Totem e tabù” (19/12/13), collega il senso di colpa con un fatto avvenuto molto tempo fa che racconta la storia di un padre prepotente che teneva per sé tutte le figlie femmine e scacciava via i figli che crescevano.
La colpa verrà collegata all’omicidio di questo padre ad opera dei figli coalizzati e all’ambivalenza degli stessi che sì, odiano il padre ma contemporaneamente lo amano e lo ammirano.
Commesso il parricidio, i figli consumano il pasto totemico che permette loro di interiorizzare il padre e con lui il senso di colpa.
Questa ipotesi, se analizzata come una figura retorica, ci permette di vedere che per Freud il senso di colpa nasce da un omicidio, un vero atto criminale ma che prima del crimine, gli assassini avevano subito una forte violenza, una situazione traumatica che aveva a che fare con il “non amore”.
Sicuramente un bisogno insoddisfatto d’amore provoca nel bambino odio e ostilità proprio verso le persone che più ama.
“Se il bambino non rivolgesse il suo odio verso coloro che ama e dai quali vorrebbe essere riamato, questo conflitto non nascerebbe.
Egli ha vergogna di queste emozioni negative perciò le nasconde nell’inconscio dove esse degenerano.
L’odio provoca in lui dei gravi sensi di colpa, in quanto egli impara presto che è male odiare, specialmente se l’odio è rivolto verso i genitori che dovrebbero essere invece amati ed onorati”.
Il bambino inconsciamente pensa di meritare una punizione e la paura di ciò si infiltra nella sua anima, così lui sviluppa l’idea che è meglio evitare la felicità; comincia a pensare che questa renderebbe la punizione, che gli sembra inevitabile, molto peggiore.
Quindi egli la evita inconsciamente sperando di espiare così le sue colpe evitando una punizione più grande.
“Questa attitudine di fondo che a livello inconscio permane anche nell’adulto, naturalmente limita enormemente la capacità dell’individuo di avere una vita soddisfacente”.
La paura di essere puniti e di non meritare di essere felici, genera una considerazione inconscia: “Ho paura di essere punito anche se so di meritarlo. Preferisco che non siano gli altri a punirmi, perché mi punirò da solo. Così eviterò almeno l’umiliazione, l’impotenza, la degradazione di essere punito da forze su cui non ho nessun controllo”.
Maria Rita Parsi, presidente e fondatore del “Movimento Bambino” che ha come scopo la tutela e l’aiuto di chi è indifeso, in un’intervista dice che i bambini non hanno sensi di colpa, sono gli adulti che li fanno nascere dentro di loro.
La stessa infelicità degli adulti suscita sensi di colpa nei bambini perché sentono che la loro presenza è un problema e una fatica per i genitori.
I bambini lo manifestano con due modalità; nella prima accentuano la loro iperattività, le loro bizze, enfatizzando la loro presenza così da aizzare i genitori a punirli, a considerarli dei pesi, a far uscire allo scoperto il bubbone: “Poiché io penso di essere un peso per te, alla fine ti costringo a dirmelo”.
Nella seconda modalità, al contrario, diventano dei bambini “invisibili” e quindi il pensiero è: “Visto che sono un bambino che potrebbe pesarti, io divento il tuo appoggio, il contenitore dei tuoi mali, tutto affinché tu non possa dire che sono un peso per te”.
I buoni genitori devono fare in modo che in qualunque circostanza, la vita dei figli non venga invasa dalla loro, dai loro problemi, dai loro drammi, dare ai figli spazio, attenzioni, tempo adeguati alle esigenze della loro età, rispettando i tempi di crescita.
Creare con loro alleanze, partendo dai loro bisogni, dall’ascolto dei loro messaggi.
La cosa più giusta è dare radici e ali ai propri figli in un clima di amore incondizionato.
E quando tutto questo non accade, ecco che “questi omini trasparenti ai quali tu e solo tu ti presenti nel momento in cui fai qualcosa che ai tuoi genitori non piace, da quell’istante ti accompagnano, ti influenzano, ti distruggono, ti modificano, ti guidano… inquinano i rapporti.
Chi ha sensi di colpa, non riesce a perdonarsi e teme sempre di non essere perdonato.
Chi ha sensi di colpa è alla continua ricerca della perfezione per controbilanciare il suo sentirsi sempre e comunque in difetto; è come se in una gara di corsa, uno dei due concorrenti partisse 10 secondi dopo l’altro, logicamente dovrà fare uno sforzo triplo per raggiungere il traguardo nello stesso tempo dell’altro, è così nei rapporti inquinati dai sensi di colpa dell’uno o dell’altro”.
Ti condanni, ti etichetti, non ti perdoni, ti rimproveri, ti torturi, ma poi, c’è un modo per liberarti di questa colpa mai commessa? Di quest’usuraio che ci tiene legati? C’è un modo? Non c’è possibilità di benessere se non ci assolviamo dalle colpe commesse, reali o presunte che siano.
Per quanto grandi, l’amnistia deve arrivare! Se non “lasciamo andare” restiamo vincolati al passato, negandoci la possibilità di vivere il presente, condizione irrinunciabile per il proprio star bene.
Assolversi vuol dire riconciliarsi con se stessi, accettando anche i lati meno nobili della propria persona e con un atto di genitorializzazione, possiamo prendere quel bambino per mano e accompagnarlo verso la vita e soprattutto verso la libertà e se per arrivare a questo ci serve darci una “pena” da espiare, facciamolo pure, ma in un tempo determinato! La guerra è finita! Il potere dell’oblio, questa meravigliosa capacità della mente, può essere la più autentica forma di perdono!
Che cosa può fare un counselor, quando arriva un cliente nel proprio studio e parla dei propri sensi di colpa? Un counselor dovrebbe essere molto bravo a riscrivere il paradigma del linguaggio e dare un significato alle parole così che potrebbe accadere che colpa diventi “capolavoro”. Tu hai la proprietà di questa colpa, l’hai pagata! Puoi chiudere il debito!.
Se potessimo tornare indietro e valutare il nostro comportamento, ci renderemmo conto che in quel momento quello era il meglio che avremmo potuto fare, con quegli strumenti che avevamo e “se c’è un momento di svelamento da parte del cliente, il counselor può diventare finalmente il testimone di quello svelamento e in quel momento in cui quest’anima si è svelata, è un’anima innocente!
E ad un’anima innocente bisogna conferirle il potere della genitorializzazione accompagnando questa persona ad estinguere, quel debito che spesso è stato già pagato da tempo!”.
Evitiamo di ricercare la perfezione in ogni aspetto della nostra vita, limitiamo la pressione su noi stessi senza essere troppo esigenti perché queste richieste impossibili sono un’ottima ricetta per il fallimento: la perfezione non può essere raggiunta! Concediamoci il potere della vulnerabilità!
E’ necessario accettare che siamo essere umani ed è intrinseco in ognuno di noi la possibilità di sbagliare!
Non possiamo avere la pretesa di essere persone ideali o all’opposto, passare giorni, settimane, mesi o anni col senso di colpa per aver agito male o ancora, rimuginare sulle alternative che potevamo avere o su colpe che abbiamo preso in carico e che spesso, magari, non abbiamo mai commesso realmente!
La vita è così, fatta di tentativi, errori e apprendimenti continui.
Per quanto ti possa struggere, non potrai cambiare il passato!
Possibile che ognuno di noi debba portare il peso a tempo indeterminato per tutti i suoi errori reali o presunti? Ha senso? La risposta è No!
Perdonare e perdonarsi rimane l’atto finale di un processo iniziato molto tempo prima; è per mezzo del perdono che le nostre percezioni errate si possono correggere!
Perdonare e lasciare andare ciò che ci ha annientato per tanto tempo, vuol dire avere la consapevolezza che la sofferenza è finita e che l’attitudine a far resistere quell’ “ingombro” in quelle parti di noi che sono nate libere, non può più persistere!
Perdonare rimane la parola magica che ci aiuta a liberarci per sempre da quella sensazione di disagio che ci invade!
Perdonare vuol dire “dimenticare”: porre in grazia la vendetta e nell’oblio la percezione di colui o colei che ci hanno resi schiavi!
Il perdono diventa così uno degli strumenti del nostro potere personale che ci permette di lasciarci alle spalle ciò che è stato!
La prima responsabilità dunque che dobbiamo assumerci, è nei confronti di noi stessi!
Ascoltarci, conoscerci è un po' come innescare una profonda e autentica connessione con la nostra esistenza”.
“E’ un concetto delicato e importante la responsabilità. Se siamo abituati a percepirlo come peso, dobbiamo invece stringerci a coglierne lo spazio di potere e di crescita.
Vuol dire scoprire il mondo dei propri valori individuandoli a partire dai propri bisogni, desideri e ideali.
Invece di rimuginare inutilmente, la responsabilità ci conduce ad un ruolo di pensiero più sereno ed efficace.
Se accettare è un punto di partenza, possiamo responsabilmente traghettare la nostra vita verso la sponda della serenità. La vita è tua, la strada è tua”.
E allora è necessario non caricare a bordo, i nostri affanni, le colpe che ci siamo cucite addosso come il più abile dei sarti!
Ricordarsi che la nostra identità è in cammino per tutta la durata della nostra esistenza, che la felicità è una scelta, che molte risposte sono già dentro di noi, che partire da sé è un atto d’amore prima verso noi stessi poi della vita.
“Dobbiamo dunque iniziare ad amarci, partire dall’amore verso noi stessi, dall’accogliere la propria libertà di essere, per amare ed essere amati.
Amare ed essere amati implica innanzitutto: Amarsi! Amare dunque vuol dire sentire di avere a cuore se stessi, le proprie emozioni, il proprio benessere fisico ed emotivo.
Significa nutrire verso di sé un sentimento fatto di benevolenza, tenerezza e riconoscimento.
Imparare ad essere indulgenti verso noi stessi, è l’unica possibilità che abbiamo per essere liberi!
Chi ha pagato il debito, diventa libero e può tornare a vivere e ad essere felice!